Aspettando il congresso nazionale, parla il presidente Vaudano: «Il fascino della nostra figura professionale è tutto da riscoprire. Occorre sapere che quando si parla di sicurezza, produzione, ambiente, sanità, innovazione “c’entra” sempre un ingegnere».
Nello scorso mese di ottobre si è insediato il nuovo Consiglio dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Torino.
Il Direttivo, come da statuto, è composto da 15 membri e ne annovera 13 alla loro prima esperienza. Un segnale di evoluzione e di vitalità che mette subito alla prova questo nuovo team, dovendo esso organizzare il prossimo Congresso Nazionale degli Ingegneri che si terrà nel mese di settembre a Torino.
L’ultima volta risale al lontano 1953, quando l’Ordine di Torino contava solo qualche centinaio di iscritti. Oggi, a 57 anni di distanza, sono 7000 e continuano a crescere.
Il Congresso Nazionale è sempre un momento di grande rilevanza, di confronto, di aggregazione e di proposte che coinvolgono la categoria, ma possono influenzare anche la società civile, la politica, l’economia e le istituzioni. Approfittiamo allora della disponibilità del neo Presidente, l’ing. Remo Giulio Vaudano, per rivolgergli alcune domande in merito all’evento e ai programmi futuri dell’Ordine di Torino.
Ing. Vaudano, come vi state preparando per organizzare il congresso e ricevere i delegati che arriveranno da tutta l’Italia?
Innanzitutto abbiamo costituito, all’interno dell’Ordine, un comitato composto da 10 membri, quasi tutti consiglieri dell’Ordine e della Fondazione, per seguire e coordinare ogni aspetto organizzativo.
Ci siamo inoltre appoggiati a due agenzie specializzate per definire i dettagli della logistica e della comunicazione.
Ma, tengo a sottolinearlo, la scelta di mettere la città di Torino al centro di tutte le iniziative è scaturita da una precisa volontà del nostro Direttivo.
Che cosa vuole dire “mettere al centro la città di Torino”?
Significa che, al di là dei lavori congressuali riservati alla categoria, uno dei nostri obiettivi è quello di creare un dialogo , un “feedback” con la popolazione per riscoprire la figura dell’ingegnere, spesso silenziosa, ma da sempre alla base dello sviluppo tecnologico e scientifico.
Una figura che rappresenta una risorsa insostituibile per il futuro del nostro Paese. La gente deve sapere che quando si parla di sicurezza, di ambiente, di produzione e di innovazione, persino di sanità, c’è sempre di mezzo il lavoro dell’ingegnere. E poi Torino, una delle più belle città d’Italia, con quella sua aria da piccola Parigi, con la collina, il Po e la Dora che le accarezzano i fianchi, con le residenze e il barocco prepotente delle sue costruzioni, merita di essere vissuta nel pieno del suo fascino dai partecipanti e dai loro accompagnatori.
Ecco perché abbiamo scelto un percorso di eventi che si snodano tra il Teatro Carignano, Palazzo Madama, la Mole, Palazzo Reale per continuare con la cena di gala nella Galleria di Diana alla Reggia di Venaria e infine al Palaolimpico (“Palaisozaki”) per una “kermesse” di chiusura.
Colgo questa occasione per ringraziare il Sindaco Chiamparino e le altre autorità del territorio che ci stanno dando un grande aiuto nello sviluppo di questo progetto e che ci onoreranno con la loro partecipazione.
Parliamo dei temi al centro del congresso: può darci qualche indicazione nel merito rispetto ad alcuni degli argomenti che saranno affrontati?
Il tema ufficiale è: COSTRUIRE IL FUTURO DEL SISTEMA ITALIA – RUOLO DELL’INGEGNERIA E RIFORMA DELLA PROFESSIONE.
Scopo principale del nostro Congresso Nazionale è quello di inviare alle istituzioni, alle forze politiche e alla società civile un forte messaggio che rappresenti il contributo della componente professionale del mondo degli ingegneri alle problematiche attuali della nazione.
Ma, come ho già avuto modo di accennare, il tentativo è anche quello di mostrare al grande pubblico il ruolo essenziale svolto dall’ingegnere nello sviluppo economico e sociale del nostro Paese, soprattutto in un contesto evolutivo come quello attuale.
Vanno rivisti anche alcuni aspetti della professione di cui va riaffermato e rivalutato l’aspetto fiduciario. Non mi riferisco solamente al libero professionista, ma anche all’ ingegnere impiegato nel settore pubblico o nel settore privato, al docente e a tutte le altre figure coinvolte. Un altro argomento che sicuramente verrà dibattuto riguarderà le tariffe.
Parlare di minimi tariffari per molti Ordini significa toccare un tasto dolente.
Nelle gare d’appalto abbiamo visto ribassi sul progetto del sessanta/ottanta per cento. Ci saranno degli sviluppi su questo fronte?
Sono un profondo assertore della necessità di regolamentare questi aspetti ma ciò, sia chiaro, a tutto vantaggio e tutela della collettività e non della nostra categoria.
Quando parlo di tariffe, infatti, non mi riferisco tanto all’entità delle somme, ma piuttosto alla questione etica e di metodo che sottende la vicenda.
A tale proposito vorrei solo chiarire una questione essenziale: con questi inaccettabili ribassi non è possibile garantire prestazioni di qualità. La qualità ha dei costi e per produrre un progetto di qualità l’ingegnere deve spendere il tempo necessario per poterlo eseguire a regola d’arte. Poiché la somma del tempo e dell’esperienza del progettista rappresenta il “prodotto d’ingegno,” questo va remunerato in rapporto al valore di tali addendi.
Peraltro, contrariamente a quanto falsamente affermato da altri, non è vero che l’Europa non vuole le tariffe; infatti nel dicembre 2009 la Germania le ha reintrodotte, anche per gli ingegneri, e il Consiglio Europeo le ha accettate. Nel recente convegno del dicembre 2009 promosso dall’OICE (l’associazione di categoria aderente a Confindustria), l’argomento è stato affrontato nei termini di rapporti tra prezzi, qualità, controlli.
In pratica: metodo e regolarizzazione negli appalti. Mi auguro pertanto che dal nostro congresso di Torino si possa uscire con delle proposte concrete che vadano nella direzione di salvaguardare la qualità e la professione dell’ingegnere.
A proposito di “professione ingegnere”: nel nuovo Consiglio OIT sono insediate tre donne e tre nel Consiglio della Fondazione, fra le quali una con la funzione di vice presidente. Nel nostro Paese siamo abituati a interagire con medici, avvocati e architetti donne, molto più raramente capita di lavorare con donne ingegneri: la vostra è stata una scelta orientata al “politically correct”, oppure è il segnale di mutamenti nel tessuto sociale e produttivo?
Non ci siamo assolutamente ispirati alla filosofia delle ”quote rosa”. La scelta dei consiglieri è scaturita unicamente dalla credibilidità e validità delle Colleghe candidate e dalle preferenze di voto espresse dagli iscritti. Ora ci troviamo tre ingegneri donna nel direttivo e devo dire che il loro operato mi rende orgoglioso di averle al mio fianco.
Naturalmente questo è anche uno dei tanti segnali di mutamento e di evoluzione nella professione come nella società civile.
Tutto cambia, si evolve , si rinnova ed io penso che la professione dell‘ingegnere nel suo divenire, quando vissuta con passione e vista alla luce delle nuove discipline, dei giovani e delle donne, avrà un ruolo sempre essenziale per la nostra nazione.






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